Trend Life

Nel post precedente ci siamo spesso riferiti a specifiche fasi di un trend.
Eccole dunque esplicitate nel “Circolo Virtuoso”, così detto perché solo pochissimi trend sopravvivono all’intero ciclo, che può durare da un minimo di 12 mesi ad un massimo di 20 anni (ciò che supera i 20 anni assume per status l’aura intoccabile del Vintage – vedi ripescaggio degli anni 90 dal 2010 in poi). La maggior parte nella fase mainstream ha un declino subitaneo, e anche se ripresi in modo ironico-nostalgico non arrivano mai al Conservative.

Facciamo un esempio di trend che ha effettuato l’intero tour: il tubino nero.

(1.Outsider) Originariamente legato ai periodi di lutto ed ai funerali, viene sdoganato per la prima volta da Coco Chanel negli anni ’20

(2. Early Adopter) Vogue America lo pubblica nel 1926 paragonandolo per semplicità e diffusione alla Ford T. Il successo è dovuto anche al tipo di tessuto molto morbido (gabardine o jersey, quest’ultimo proposto per la donna sempre da mademoiselle Coco). Viene indossato da Wallis Simpson, Duchessa di Windsor e da Edith Piaf.

(3. Mainstream) Nel 1961  Audrey Hepburn interpreta Holly Golightly in Colazione da Tiffany: una giovane donna di facili costumi, che si fa pagare profumatamente per andare “alla toeletta” ed organizza feste a cui partecipano i più bizzarri personaggi. Il suo outfit più significativo, con il quale si apre la sequenza iniziale del film è appunto un tubino nero di Givenchy. Da quel momento in poi tutte iniziano ad indossare l’abito nero senza alcuna paura.

(4. Decline) Dalla fine degli anni 60 con l’avvento dei movimenti femministi le donne indossano abiti colorati o completi rubati dal guardaroba maschile: il tubino è in declino.

(5. Ironic) Il tubino nero è confinato alle serate in maschera: va in voga vestirsi da Holly Golightly ed accentuare il carattere frivolo della protagonista, in contrasto con l’immagine sempre più importante della donna nella società.

(6. Nostalgic) Alla fine degli anni ’80 la donna riscopre la femminilità per quasi 15 anni negata in favore dell’equiparazione dei diritti. Donna Karan per Anne Klein recupera il tubino nero. direttore creativo di Anne Klein, ne disegna di magnifici.

(7. Conservative) Il capo entra nella fase eterna: ha ormai perduto la sua connotazione iniziale ed è universalmente riconosciuto come capo intramontabile capace di esaltare la figura femminile con il giusto equilibrio caratteriale: deciso e delicato allo stesso tempo.

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Hipster Hate

In Italia pochi sanno cosa significhi Hipsters e quelli che ne hanno sentito parlare lo identificano come un’identità aspirazionale: essere cool, alla moda, trend setters. Vi sono alcune cellule “ironiche” in azione anche nel nostro paese, ma da noi il trend è ancora in fase embrionale.

In Inghilterra e USA, invece, è esploso il movimento degli Hipster Haters, tanto che è impossibile guardare un video di un gruppo emergente su youtube senza trovare moltissimi commenti che ne denigrano gli estimatori.

Hackney Hipster Hate, ora abbandonato (2010), è stato uno dei pionieri: il blog è stato fondato il giorno successivo un party modaiolo che aveva sconvolto un intero quartiere periferico di Londra che dalla sera alla mattina si è ritrovato etichettato come l’epicentro del cool. Nel blog si potevano ammirare fotografie della meglio gioventù con balloon ironici.

Lo stesso anno vengono inaugurati Stuff Hipsters Hate  e The Unhappy Hipsters , la serie webcomics Hipster Hitler , e a settembre 2010 il video Being a Dickhead’s Cool tocca i 3 milioni di visite in un mese.

Interessante e più recente è I hate hipster photos che attacca il loro universo estetico e la loro produzione artistica (non a caso è ospitato su tumblr) e commenta le loro fotografie stile lomo-instagram-hipstamatic  prendendosi gioco di quello che ormai è il nuovo codice estetico di comunicazione mainstream.

Persino la Apple ha ormai accettato di essere un’appendice irrinunciabile dell’Hipster, ne è la prova il Share The Fun Commercial
per l’iPod Touch uscito meno di 48 ore dopo la release del Samsung Galaxy II che scatenò moltissimi commenti negativi.

L’Hipster ha ormai perso la radice di autenticità riassumibile in “Don’t lose esteem for small things”: la tendenza nei paesi anglofoni è nella fase mainstream quindi raggiunta da grandi quantità di pubblico che forzatamente ne assumono i comportamenti e non i valori.

La crociata all’odio dell’Hipster finirà quando la ruota del trend ricomincerà a girare e un Outsider decreterà la fine di questo codice in favore di un altro.

E’ difficile predire quando: l’Hipster è uno stereotipo poliedrico che ha raccolto diversi filoni di tendenza al suo interno, ed ibridandosi è ormai uscito fuori dal controllo dei singoli gruppi. N+1 Mag  ne ha effettuato un’analisi sociologica e delineato almeno tre diverse tipologie assimilabili alla definizione di Hipster.

Inoltre, il substrato di rispetto per la natura e riciclo creativo più che una tendenza è una necessità odierna, e sarà solo in questo senso che si avrà una possibile evoluzione e diradamento del fenomeno.

Vi lasciamo con due video tra i più divertenti sul tema:

 What Hipster Says, and what they really mean

Prescription – Hipster Fragrance

(e non dimenticatevi di instagrammare la vostra colazione)

Wearable Denim Devices

Anche i fashion brands italiani iniziano ad investire concretamente nelle Wearable Devices: l’ultimo arrivato è il Social Denim di Replay , un jeans capace di connettersi ai social network grazie ad un piccolo dispositivo contenuto nella tasca anteriore. Attraverso questo device è possibile condividere la propria posizione ed il proprio mood, scegliendolo tra una gamma di 8, dal negativo al positivo. Il costo del jeans va dai 149 ai 189 euro e sarà disponibile da dicembre.

Non è il primo tentativo di coniugare il pantalone più portato al mondo e le nuove tecnologie: Alphyn aveva proposto un modello con tasca a strappo per iPhone che aveva per lo più trovato l’approvazione dei geek e inorridito i fashionisti. Era poi stata la volta di Levis con il RedWire iPod Jeans con rotellina integrata nella tasca, con un appeal decisamente più cool e fashion oriented.

Resta il problema che devices del genere hanno per forza di cose attualmente un range di funzioni estremamente limitato e la cui utilità è dubbia in quanto risultano duplicati dello smartphone che comunque sarà presente in un’altra tasca del jeans.
Per avere un vero mercato, i devices devono puntare all’unico loro punto di forza: One-Touch-Wonder, ovvero, basta premere un tasto per fare qualcosa di utile (segnalare per esempio la mia posizione).
Ne sono esempi in altri settori i magneti per il frigo che se toccati ordinano acqua (Smart Drop di Evian) o la pizza (Red Tomato Pizza Dubai). Solo così si riuscirà a conciliare l’aspetto fun con quello useful e si eviterà di produrre tecnologie che arrivano sul mercato già superate.

E poi come si lavano questi jeans?!?